Carta dei Doveri: Collaborazione e Rispetto dei Ruoli nei Cantieri

Nel dibattito sulla sicurezza nei cantieri, si parla spesso di norme, responsabilità, sanzioni e adempimenti documentali. Molto più raramente si parla di relazioni professionali. Eppure, chi opera quotidianamente nei cantieri sa bene che la qualità del confronto tra figure diverse incide in modo determinante sull’efficacia reale della prevenzione. È in questo contesto che si inserisce l’indagine promossa da Federcoordinatori e illustrata dal suo Presidente nazionale Fabrizio Lovato, culminata nella proposta di una “Carta dei Doveri nel rispetto dei ruoli”.

Il tema è delicato, perché tocca un punto strutturale del sistema prevenzionistico: il rapporto tra coordinatori per la sicurezza e organi di vigilanza. Due figure che operano con funzioni differenti, ma orientate allo stesso obiettivo, ossia la tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori. Eppure, dall’indagine emerge un dato che non può essere ignorato: una quota significativa di professionisti descrive il momento del sopralluogo ispettivo come caratterizzato da tensione, rigidità relazionale e, in alcuni casi, disagio.

Questo elemento non va letto come uno scontro tra categorie, né come una messa in discussione del ruolo di controllo. Al contrario, il punto centrale è un altro: quando un numero elevato di professionisti riporta criticità simili, non si tratta più di episodi isolati, ma di un fenomeno sistemico. E un fenomeno sistemico richiede una riflessione strutturata, non una reazione emotiva.

Nel sistema delineato dal D.Lgs. 81/2008, il coordinatore per la sicurezza in fase di progettazione ed esecuzione ha una funzione di alta responsabilità tecnica. È chiamato a pianificare, verificare, coordinare e, nei casi previsti, sospendere lavorazioni in presenza di gravi pericoli. L’organo di vigilanza, dal canto suo, esercita un potere di controllo pubblico, con possibilità di prescrizione e sanzione. I piani sono distinti: uno è parte dell’organizzazione del cantiere, l’altro è esterno e sovraordinato rispetto alle imprese e ai professionisti coinvolti.

Eppure questi due piani si incontrano, spesso in momenti delicati. Il sopralluogo ispettivo non è un atto astratto: è un’interazione concreta tra persone che rappresentano ruoli diversi. È qui che la dimensione tecnica si intreccia con quella relazionale.

L’indagine di Federcoordinatori non ha chiesto indulgenza. Non ha messo in discussione la legittimità del controllo. Dalle risposte raccolte emerge piuttosto una richiesta di rigore, chiarezza, coerenza applicativa e rispetto dei ruoli. In altre parole, ciò che viene chiesto non è una riduzione della vigilanza, ma una sua esercitazione tecnicamente motivata e relazionalmente corretta.

La proposta della “Carta dei Doveri nel rispetto dei ruoli” nasce proprio da questa consapevolezza. Non introduce nuove norme, non modifica assetti giuridici, non limita le prerogative degli organi di vigilanza e non alleggerisce le responsabilità dei coordinatori. Il suo scopo è rendere più leggibile e prevedibile il momento dell’incontro tra chi coordina e chi controlla.

Questo passaggio è fondamentale. Nei sistemi complessi, l’efficacia non dipende solo dalla qualità delle regole, ma anche dalla qualità delle interazioni tra chi le applica. Quando l’interazione è improntata a chiarezza tecnica, motivazione normativa puntuale e ascolto del contesto operativo, il controllo diventa parte integrante del miglioramento del sistema. Quando invece prevalgono modalità percepite come intimidatorie o eccessivamente formalistiche, il rischio è che il momento ispettivo venga vissuto come uno scontro, anziché come un’occasione di verifica costruttiva.

La Carta proposta da Lovato si fonda su un presupposto chiaro: il fine comune è la sicurezza, non il conflitto tra ruoli. Questo richiamo appare quasi ovvio, ma nella pratica quotidiana non sempre è interiorizzato. Nei cantieri operano molteplici soggetti, con responsabilità differenti e talvolta sovrapposte. Il coordinatore si trova spesso in una posizione esposta: non è datore di lavoro, non è impresa esecutrice, ma ha obblighi di vigilanza e coordinamento che possono tradursi in responsabilità anche rilevanti. L’organo di vigilanza, dal canto suo, deve applicare la norma in modo uniforme, garantendo l’interesse pubblico.

Il punto critico non è l’esistenza del controllo, bensì la modalità con cui esso si esercita. L’indagine segnala la necessità di motivazioni chiare, riferimenti normativi espliciti, proporzionalità nelle valutazioni. Quando un rilievo viene formulato con un preciso ancoraggio testuale alla norma e con spiegazione tecnica del motivo per cui una determinata soluzione non è ritenuta conforme, il confronto rimane sul piano professionale. Quando invece la motivazione appare generica o non coerente con il contesto operativo, il coordinatore può percepire un margine di discrezionalità eccessivo.

Dal punto di vista tecnico, ogni cantiere rappresenta un sistema dinamico. Le lavorazioni cambiano, le interferenze evolvono, le imprese si alternano. La valutazione della sicurezza non può essere completamente astratta: richiede osservazione del contesto, comprensione delle scelte organizzative adottate e analisi della loro coerenza con il quadro normativo. La Carta sottolinea proprio questo aspetto: osservare e comprendere precede il giudizio.

È interessante notare come la proposta non si rivolga solo agli organi di vigilanza. Una parte rilevante riguarda i doveri del coordinatore. Presentare in modo chiaro l’organizzazione del cantiere, mantenere documentazione ordinata e coerente, rispondere con precisione alle richieste ispettive, evitare atteggiamenti difensivi o elusivi. In altre parole, la professionalità deve essere bidirezionale.

Questo equilibrio è essenziale. La relazione non migliora se una sola parte modifica il proprio approccio. È necessario un reciproco riconoscimento del ruolo e delle responsabilità. Il coordinatore deve accettare che il rilievo o la sanzione, quando tecnicamente fondati, fanno parte del sistema di controllo. L’ispettore deve esercitare l’autorevolezza senza trasformarla in distanza relazionale o rigidità non necessaria.

La Carta non si presenta come un manifesto ideologico. È definita come uno strumento. E uno strumento ha valore se viene utilizzato. Il passaggio dal principio alla prassi è il punto più complesso. Scrivere enunciazioni condivisibili è relativamente semplice; tradurle in comportamenti quotidiani richiede consapevolezza e formazione.

In questo senso, la proposta che sarà portata al Congresso di Federcoordinatori del 20 febbraio rappresenta un tentativo di trasformare un disagio diffuso in una responsabilità collettiva. Non si tratta di una rivendicazione corporativa, ma di una riflessione sul funzionamento del sistema prevenzionistico.

Dal punto di vista tecnico-organizzativo, si possono individuare almeno tre livelli su cui la Carta può incidere. Il primo è quello culturale: spostare l’attenzione dal conflitto alla cooperazione istituzionale. Il secondo è quello operativo: promuovere modalità di sopralluogo e confronto improntate a chiarezza e proporzionalità. Il terzo è quello formativo: integrare nei percorsi di aggiornamento non solo contenuti normativi, ma anche competenze relazionali e comunicative.

Spesso si tende a pensare che la sicurezza sia esclusivamente una questione di adempimenti documentali. In realtà, la prevenzione efficace nasce dall’integrazione tra pianificazione tecnica, controllo pubblico e comportamento organizzativo. Se uno di questi elementi entra in frizione costante con gli altri, il sistema perde efficienza.

Per chi opera nel settore della sicurezza, questa riflessione assume un valore concreto. Ogni sopralluogo, ogni verifica, ogni confronto può diventare un momento di irrigidimento o un’occasione di miglioramento. La differenza risiede nella qualità tecnica delle argomentazioni e nella modalità relazionale con cui vengono espresse.

La domanda finale posta da Lovato è forse la più rilevante: siamo pronti a trasformare questi principi in prassi quotidiana? È una domanda che non riguarda solo i coordinatori iscritti a un’associazione, ma l’intero sistema. Perché la sicurezza reale non si misura solo nel numero di verbali o prescrizioni, ma nella riduzione effettiva dei rischi e nella qualità organizzativa dei cantieri.

In definitiva, la “Carta dei Doveri nel rispetto dei ruoli” rappresenta un tentativo di riportare al centro la dimensione professionale del confronto. Non elimina il conflitto quando il conflitto è giustificato da violazioni oggettive. Non attenua il potere di controllo. Ma ricorda che, in un sistema complesso, l’efficacia dipende anche dal modo in cui i ruoli interagiscono.

Se la proposta verrà accolta e discussa in modo ampio, potrà costituire un punto di riferimento condiviso. Non una norma aggiuntiva, ma una cornice interpretativa. In un ambito dove le responsabilità sono elevate e le conseguenze di errori possono essere gravi, la chiarezza dei ruoli e la qualità del confronto diventano parte integrante della prevenzione.

La sicurezza nei cantieri non è solo un insieme di obblighi: è un processo. E come ogni processo complesso, richiede competenza tecnica, coerenza applicativa e relazioni professionali solide. La Carta nasce in questo spazio, tra norma e prassi, tra controllo e coordinamento. Sta ora ai professionisti decidere se trasformarla in uno strumento vivo o lasciarla come enunciazione di principi.

04/03/2026

 

Professor Guido Botte