Qualità dell’aria negli ambienti di lavoro: perché è importante monitorarla e quali rischi comporta una cattiva manutenzione degli impianti

L’attenzione verso la qualità dell’aria indoor è cresciuta in modo significativo negli ultimi anni, anche grazie alla maggiore consapevolezza maturata durante e dopo la pandemia di COVID-19. Tuttavia, c’è ancora poca attenzione concreta nei luoghi di lavoro, specialmente negli uffici e negli ambienti aziendali chiusi. Spesso si tende a sottovalutare l’importanza di un’aria salubre, concentrandosi maggiormente su fattori più visibili come la pulizia delle superfici o l’igiene personale. Eppure, respirare aria contaminata per molte ore al giorno può avere effetti negativi sulla salute dei lavoratori e sulle performance lavorative.

Perché è importante la qualità dell’aria in ufficio

In media, trascorriamo circa il 90% del nostro tempo in ambienti chiusi, e per chi lavora in ufficio questa percentuale può essere ancora più alta. Una scarsa qualità dell’aria può contribuire all’insorgenza di sintomi come mal di testa, affaticamento, difficoltà di concentrazione, irritazioni agli occhi e alle vie respiratorie. Nei casi più gravi, l’esposizione prolungata a determinati contaminanti indoor può favorire l’insorgenza di malattie respiratorie croniche o aggravare condizioni preesistenti come l’asma.

In ambito lavorativo, la conseguenza più immediata è una riduzione della produttività e un aumento delle assenze per malattia. Migliorare la qualità dell’aria significa quindi non solo tutelare la salute, ma anche investire nel benessere e nella resa dei propri dipendenti.

I rischi legati agli impianti di climatizzazione

Uno degli elementi più critici negli ambienti chiusi è rappresentato dagli impianti di climatizzazione, spesso trascurati sia dal punto di vista della manutenzione che dell’igiene. Un impianto non correttamente manutenuto può diventare un vero e proprio veicolo di contaminazione, contribuendo alla diffusione di polveri, allergeni, muffe e batteri.

Tra i rischi più noti vi è quello della Legionella, un batterio che può proliferare nei circuiti idrici degli impianti di condizionamento, soprattutto se questi ultimi sono dotati di torri evaporative o se l’acqua non viene mantenuta a temperature adeguate. La legionellosi è una malattia infettiva anche grave, e può colpire in particolare soggetti immunodepressi, anziani o fumatori.

Inoltre, filtri sporchi o mal posizionati possono ridurre l’efficienza dell’impianto e aumentare la concentrazione di polveri sottili (PM10 e PM2.5) nell’aria, contribuendo alla comparsa di patologie respiratorie e cardiovascolari.

Inquinanti indoor: cosa monitorare

Gli inquinanti presenti negli ambienti chiusi sono numerosi e di diversa natura. Alcuni derivano da fonti esterne (ad esempio l’inquinamento atmosferico che penetra attraverso le finestre aperte), mentre altri sono generati all’interno dell’ambiente stesso. Vediamo i principali:

  • Polveri sottili (PM10, PM2.5): possono provenire da fonti esterne, ma anche da stampanti laser, toner e materiali di consumo.
  • Composti organici volatili (VOC): rilasciati da vernici, colle, arredi, materiali da costruzione e prodotti per la pulizia.
  • Biossido di carbonio (CO2): è un buon indicatore del ricambio d’aria. Livelli troppo alti indicano una ventilazione insufficiente e possono causare sonnolenza e difficoltà cognitive.
  • Monossido di carbonio (CO): può derivare da apparecchi difettosi o da emissioni esterne, ed è altamente tossico.
  • Muffe e spore: proliferano in ambienti umidi e poco ventilati, e sono associate a reazioni allergiche e problemi respiratori.
  • Allergeni biologici: derivano da acari, peli di animali, polline o batteri presenti nell’aria.

Il monitoraggio regolare di questi parametri consente di valutare l’efficacia della ventilazione e di identificare eventuali criticità legate all’inquinamento indoor.

Valutazione del microclima: perché è importante

La qualità dell’aria indoor non dipende solo dalla presenza o meno di contaminanti, ma anche dal microclima, ovvero dall’insieme delle condizioni ambientali come temperatura, umidità relativa, velocità dell’aria e radiazione termica. Un microclima non adeguato può influire negativamente sulla percezione di comfort e sulla salute dei lavoratori, anche in assenza di inquinanti chimici o biologici.

Un ambiente troppo caldo o troppo freddo, eccessivamente umido o secco, può causare malesseri, cali di concentrazione, problemi respiratori, disidratazione o fastidi muscolari. In particolare:

  • Temperature troppo elevate possono causare affaticamento e abbassamento della soglia di attenzione;
  • Temperature troppo basse possono causare rigidità muscolare e disagio termico;
  • Umidità relativa troppo bassa (<30%) può seccare le mucose e favorire la dispersione di polveri sottili;
  • Umidità troppo alta (>70%) favorisce lo sviluppo di muffe e microrganismi.

La valutazione del microclima si effettua tramite specifici strumenti di misura e rientra tra le attività previste dalla sorveglianza ambientale, soprattutto nei luoghi di lavoro chiusi e densamente occupati. L’obiettivo è garantire condizioni ambientali compatibili con il comfort termo-igrometrico, come indicato dalle norme tecniche (ad esempio la UNI EN ISO 7730 e la UNI EN 15251).

Manutenzione e prevenzione: cosa fare concretamente

Per garantire una buona qualità dell’aria negli uffici e negli ambienti di lavoro, è essenziale adottare misure preventive e organizzare controlli periodici. Ecco alcune buone pratiche:

  • Manutenzione regolare degli impianti HVAC: pulizia dei filtri, sanificazione dei condotti e controllo delle temperature dell’acqua.
  • Ispezioni microbiologiche: per individuare la presenza di batteri come la Legionella o la carica batterica totale nell’aria.
  • Monitoraggi ambientali periodici: analisi dei principali inquinanti indoor con strumentazione specifica.
  • Gestione corretta della ventilazione: favorire il ricambio d’aria naturale o, in alternativa, utilizzare sistemi di ventilazione meccanica controllata.
  • Scelta di materiali a basse emissioni: per arredi, rivestimenti e prodotti per la pulizia.

Normativa di riferimento

In Italia non esiste ancora una normativa specifica e obbligatoria sulla qualità dell’aria indoor negli ambienti di lavoro non industriali, come uffici o studi professionali. Tuttavia, alcune indicazioni si trovano nelle linee guida dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS), nel Testo Unico sulla Sicurezza (D.Lgs. 81/08) e nelle normative tecniche (come la UNI EN ISO 16890 per i filtri o la UNI 10339 per gli impianti HVAC).

Inoltre, il datore di lavoro ha la responsabilità di garantire un ambiente salubre ai sensi dell’art. 15 del D.Lgs. 81/08, anche se non esistono valori limite per tutti gli inquinanti indoor. Proprio per questo, molte aziende decidono di effettuare monitoraggi ambientali su base volontaria, nell’ottica della prevenzione e del benessere organizzativo.

Conclusioni

Investire nella qualità dell’aria indoor non è solo una scelta etica, ma anche strategica. Un ambiente di lavoro salubre riduce i rischi per la salute, migliora la concentrazione e la produttività, e contribuisce a creare un clima aziendale più positivo. La manutenzione corretta degli impianti, unita a monitoraggi regolari, rappresenta il primo passo per prevenire problemi anche gravi, come la diffusione di agenti patogeni o l’esposizione cronica a sostanze nocive.

In un contesto sempre più attento alla sostenibilità e al benessere, l’attenzione alla qualità dell’aria indoor è un valore aggiunto per ogni azienda che voglia davvero prendersi cura delle persone che la vivono ogni giorno.

27/08/2025

 

Professor Guido Botte